FOTODINAMISMO

…. dedicato esclusivamente al “FOTODINAMSMO di A.G. Bragaglia”

gestito dal prof. Petrucci  Pasquale

ATELIER presso atelier contemporary art

Pasquale Petrucci è nato a Nocera Inferiore nel 1955. Si è diplomato nel 1976  in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Napoli.Ha elaborato i seguenti progetti espositivi: Alterazioni urbane, Dinamismo urbano, L’immensità cromatica della materia, Fotocomposizioni metafisiche, Le Nuraghe contemporanee. Del suo lavoro hanno scritto ;Carlo Franza, Ada Patrizia Fiorillo, Carla Rugger, MariaRosaria Belgiovine, Natasha Bordiglia, Gabiella Niero. Sul sito personale www.pasqualepetrucci.it sono presenti tutti i progetti espositivi e  il profilo professionale, mentre l’esposizione delle fotografie sono presenti nella galleria online http://www.ateliercontemporaryart.com/esposizione-fotodinamismo-urbano/    del sito   http://www.ateliercontemporaryart.com/   .

CENTENARIO DEL FUTURISMO

Museo della Villa San Carlo Borromeo

Grandi Mostre

Il futurismo europeo di Alberto Bragaglia

28 febbraio 2009 – 31 agosto 2009

Milano Senago, piazza Borromeo 20

Alberto Bragaglia nasce a Frosinone il 26 gennaio 1896.

Quarto di sette fratelli, Alberto eredita la tradizione, i miti, le arti e i mestieri della sua famiglia. Sia da parte di madre, la nobildonna Maria Tassi Visconti, sia da parte di padre, l’ingegnere France­sco Bragaglia, la saga familiare è densa di aneddoti, curiosità e di figure di rilievo, che hanno lasciato una traccia nella tradizione culturale e, in molti casi, negli scritti e nelle opere dei fratelli Bragaglia. Maria Tassi Visconti è l’ultima discendente, per parte materna, della famiglia Visconti di Roma; Fran­cesco Bragaglia è invece “spirito burliero, estroso canzonatore, poeta ciociaro”: questo il ritratto che Anton Giulio, il maggiore dei figli, ci restituisce di lui in Stirpe bragagliesca.

La vita di ciascuno dei sette fratelli s’intreccia con quella dell’altro, ma è sopra tutto l’amore per le arti a unirli: Anton Giulio diviene regista e critico cinematografico, Arturo fotografo e caratterista, Carlo Ludovico regista e sceneggiatore, Alberto si definirà pictor philosophus. Una “mente geniale, va­sta cultura, fantasia estetica speculativa d’indirizzo rivoluzionario, ma carattere indipendente”, così già nel 1933 dirà di lui il fratello Anton Giulio ne Il segreto di Tabarrino.

Verso il 1903, la famiglia si trasferisce a Roma, dove Alberto comincia a formarsi all’arte e alla filo­sofia. Nel 1910, primo anno del liceo classico, Alberto frequenta lo studio dei pittori Bocchi e Boccioni e sua madre lo iscrive ai corsi di disegno e di studio del nudo dal vero.

L’anno precedente, Marinetti aveva pubblicato il Manifesto del Futurismo: in pochi mesi la forza dirompente di questo movimento investe ogni ambito della vita sociale, culturale e artistica. Al­berto, come i fratelli, si trova a vivere e frequentare luoghi, personaggi chiave di questa corrente di rinnovamento: da via Margutta, dove frequenta i corsi di disegno, fino agli studi di Balla e Boccioni, del quale diventerà amico. Nel frattempo, i fratelli Anton Giulio e Arturo teorizzano e pubblicano il Manifesto del fotodinamismo. Alberto, che già aveva scritto alcuni articoli con lo pseudonimo Alberto Visconti, incontra Errico Malatesta, che lo coinvolge nell’ambiente anarchico e rivoluzionario della capitale, facendogli scrivere sulla propria rivista “Umanità Nova”, con lo pseudonimo di Silverio Ormisda.

Su insistenza del padre, Alberto prosegue gli studi, iscrivendosi alla facoltà di giurisprudenza. I fratelli, al contrario, ormai troppo coinvolti nel fermento futurista, colgono l’occasione per occuparsi di cinema, di teatro, di fotografia, di giornalismo.

Tra il 1916 e il 1918, dipinge oltre cento opere e scrive la sua Policromia spaziale astratta in cui scandi­sce un ritmo differente dalla “eterna velocità onnipresente” e dalla “violenza travolgente e incendia­ria” del futurismo di Marinetti. Il clamore e il chiasso tacciono dinanzi alla grazia lirica della danza e della musica che la sua arte restituisce.

Negli stessi anni, i fratelli Anton Giulio e Carlo Ludovico, ormai ben introdotti nell’ambiente artistico romano, fondano a Roma la Casa d’arte Bragaglia, una galleria d’arte indipendente. Qui organizzano esposizioni d’arte di amici, sopra tutto dell’ambiente futurista, dibattiti, conferenze, e pubblicano libri e riviste (oltre a “Cronache d’attualità”, l’“Index”, il “Bollettino della Casa d’arte Bra­gaglia”). La prima esposizione (ottobre 1918) è dedicata a Giacomo Balla; negli anni successivi, nelle cinque gallerie della Casa vedono la luce più di duecentocinquanta mostre, in cui espongono artisti di prim’ordine quali Cangiullo, Depero, De Chirico, Cascella, Sironi, Viani, Evola, De Pisis, Boccioni, Rosai, Campigli, Sant’Elia.

Nel 1920 Alberto si laurea in giurisprudenza e s’iscrive alla facoltà di lettere e filosofia. Collabora all’attività dei fratelli come teorico, scrive testi sul teatro per Anton Giulio, espone alla Casa d’arte alcuni suoi lavori di policromia spaziale astratta (con una personale nel 1919 e una nel 1920 dal titolo

Bragaglia fuori commercio), prova qualche scenografia astratta e scrive articoli di danza, pittura, sce­nografia, orchestrazione, sopra tutto su “Cronache d’attualità” ma collabora anche ad altri giornali come la “Fiera Letteraria”, lo “Spirito nuovo”, “Il Tevere”, “Il Meridiano di Roma”, “Il Corriere di Napoli”, “Interplanetario”.

Anton Giulio lo definisce “il più vero degli indipendenti”. I suoi scritti sulla teatralità plastica per un “teatro vivente” astratto vengono pubblicati dalle riviste e dai giornali italiani tra il 1915 e il 1920 e tradotti in vari paesi. Molto scalpore suscita, nel 1921, l’articolo Il fu… futurismo, oggi considerato essenziale rispetto a quello che è stato in seguito il destino del futurismo. Successivamente elabora la Teoria orchestica, nel 1921, e la Panplastica, che pubblica nel 1924.

Nel 1923 ottiene la seconda laurea e, sospettato di anarchismo, decide di allontanarsi. Nello stesso anno, parte per Salonicco e qui rimane, insegnando per alcuni anni e allestendo una personale delle sue opere.

Tornato a Roma, prosegue l’insegnamento in diversi licei statali e incomincia la sua vita di edu­catore filosofo. Nel 1936 ottiene la cattedra definitiva al liceo Giulio Cesare di Roma dove insegnerà fino al 1966. Molti gli aneddoti intorno alla sua attività d’insegnante: gli allievi ancora ricordano quanto fosse piacevole assistere alle sue lezioni.

Nel frattempo, incontra una ragazza, Ines Desideri, chiamata Nessy, che sposa il 30 giugno del 1927.

Per molti anni, Alberto dipinge, insegna, scrive articoli e prosegue la sua ricerca di estetica. Fa il critico d’arte, approfondisce le relazioni fra arte e teatro, con particolare riferimento alla scena, alle luci, al ritmo, alla danza. Disegna e dipinge atleti, ballerine, danze, nudi, ma anche paesaggi, in particolare alberi. Nella sua casa, nessuna delle domestiche poteva esentarsi dal posare nuda nello studio dell’artista, e in molte occasioni Ines non era affatto d’accordo.

Se si escludono le collettive di Parigi (1927) e Frosinone (1944) e la personale all’Associazione artistica di via Margutta a Roma (1947-1948), Alberto Bragaglia dipinse centinaia di opere, quasi un migliaio di disegni, ma non ebbe mai l’idea di esporli. Tanto meno di venderli. E così restarono acca­tastati per molti anni: fogli, articoli, addirittura libri (organizzati già in capitoli, dunque pronti per la pubblicazione) rimangono inediti e per la maggior parte lo sono ancora. In compenso, sono usciti molti articoli di critica d’arte su vari giornali (per un periodo fu vice di Ardengo Soffici al “Paese Nuovo” e in seguito anche di Curzio Malaparte).

Scrisse di estetica, di filosofia dell’arte, di poetica, di movimenti artistici, indotto da un’urgenza, da una necessità di cui era ben consapevole. Ma sapeva che nessuno, tra i contemporanei, avrebbe potuto apprezzare il suo lavoro. Ai trombetti e alle mondanità dell’epoca, preferiva penna, matita e pennello per tracciare quella che è una storia ancora da scrivere, con la restituzione del suo testo, non con il facile commento. Come scrive Armando Verdiglione: «Il futurismo di Alberto Bragaglia non ha nulla a che vedere con il futurismo di altri. Non con il futurismo di Marinetti — con la rappre­sentazione del tempo attraverso la velocità. Non con il futurismo ordinario. Il futurismo di Alberto Bragaglia risponde al modo dell’apertura, alla logica dell’apertura. È logica anzitutto. Logica diadica da cui procede la logica triadica». E ancora: «Fra i tre grandi, Boccioni, Balla e Bragaglia, chi ha inteso la portata del futurismo come assenza di promessa artistica o culturale, cioè come assenza di gene­alogia delle forme artistiche e culturali, è Alberto Bragaglia».

Negli anni settanta suo figlio Leonardo s’incarica di rilanciare l’opera pittorica e filosofica del padre, nel 1972 ottiene il permesso di esporre le sue opere, ricevendo dall’artista un perentorio av­vertimento/monito: «Ti regalo tutto, ma vedrai, non avrai che delusioni, nessuno ci capirà niente». Ma non andò esattamente così. La prima grande esposizione, nel 1974, alla galleria Hermes di Roma, ebbe un impatto straordinario sia sul pubblico sia sulla critica. Lo stesso avvenne a Frosinone, sua città natale, che, recentemente, gli ha dedicato una via e dato il suo nome alla biblioteca.

Il 30 aprile 1985, a ottantanove anni, Alberto Bragaglia muore ad Anzio, lasciando tutto a Leo­nardo. Varie mostre si sono susseguite in questi anni a San Marino, Parigi, Roma fino alla grande personale del 2007 al Museo della Villa San Carlo Borromeo di Milano Senago.

In occasione della mostra romana al Complesso Monumentale di San Michele a Ripa, nel 1992, l’editore Spirali ha pubblicato un primo catalogo delle opere di Bragaglia, dal titolo Forme in tumulto. Cinque anni dopo, sempre per Spirali, esce Il futurismo europeo, una raccolta di oltre 200 opere fra oli,

acquarelli e tempere accompagnato da quattro scritti dell’artista: Nuova architettura dei teatri, Unità di ricerche sull’arte, Spiritualità dei valori e Problematiche figurali, un saggio straordinario di estetica, filo­sofia e critica d’arte.

Alberto Bragaglia inventa un altro futurismo che non si rappresenta più nel clamore, nell’exploit e nella performance, che tuttavia ritroviamo ancora oggi, quasi un secolo dopo, come dati dell’epoca presente. Epoca senza tempo. Senza avvenire. Senza scrittura.

Alberto Bragaglia esplora la danza nella pittura: il suo viaggio è tra le ballerine, i ginnasti, i fregi e gli ornati. E nelle città dell’avvenire. E, poi, i paesaggi. Pagine, sfondi e scenografie. E, ancora, apparecchiature.

La danza. I nudi femminili, i nudi danzanti, le architetture. Il nudo come architettura? L’architettura non ha la sua base nel luogo del tempo: sarebbe, altrimenti, una rappresentazione geometrica.

I grovigli, il ritmo, il nudo. Il nudo, l’intrattabilità della vita. La vita, in breve, senza salvezza, senza rimedio possibile. (Eric Battiston)

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258_legale

 

Bragaglia VIOLINO

Bragaglia SCHIAFFO

 

Bragaglia DATTILOGRAFA

Esposizione fotografie contemporanee 

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